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Il Corriere della Sera del 3 aprile riporta uno studio dell’Agenzia delle entrate, secondo cui il contribuente italiano evaderebbe in media 17 euro e 87 centesimi per ogni 100 euro di imposte versate al fisco. Se si escludono i redditi con ritenuta alla fonte, l’evasione sugli altri redditi salirebbe al 38,41%. Si va da un minimo del 10,93% (le province dei grandi centri urbani produttivi: Milano, Torino, Genova, Roma, Lecco Cremona, Brescia) ad un massimo del 65,67% in provincia di Caserta, Salerno, Cosenza, Reggio, Messina (figura a colori, clicca per ingrandire). Non è un dato sorprendente. L’evasione fiscale è maggiore dove più diffusa è l’economia sommersa. La vasta letteratura in argomento suggerisce che l’ economia sommersa e tende ad essere più elevata nelle regioni con reddito procapite e crescita più bassi, maggiore dissoccupazione, minor partecipazione alla forza lavoro, più elevata pressione fiscale, peggior percezione del fisco, maggior peso dello stato nell’economia, minore tutela dei diritti di proprietà e maggior peso di corruzione e criminalità. I confronti internazionali sono impietosi: l’economia sommersa, misurata in rapporto al PIL, raggiunge in Campania, Calabria e Sicilia i livelli massimi in Europa (con Grecia e Polonia, v. figura in bianco e nero). Ma l’aspetto che mi sembra più grave e sconsolante sta nel fatto che il nostro paese, pur partendo da livelli molto più elevati della media OECD (figura in basso, tratta da Buehn and Schneider, 2007) non abbia mostrato negli anni recenti alcun segno di progresso.
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