(serie: idee per la tesi)
Perché molti economisti accademici
dedicano tempo e fatica a gestire un blog (si pensi ad esempio, a Steve Levitt di Freakonomics, Paul Krugman, Greg Mankiw,
Dani Rodrik, Becker & Posner, Mark Thoma, John Taylor, e, in Italia, ai
“collettivi” de lavoce, e noisefromAmerika)? Forse i professori, a una
certa età, sono stufi dei lunghissimi tempi necessari a pubblicare sulle
riviste scientifiche? O ambiscono semplicemente a ottenere maggior
visibilità, per sé e per i propri lavori scientifici? Lo fanno per
spirito civico, per sostenere le proprie idee, per generare un dibattito
e avere i feedback dei lettori? O magari per diffondere le
conoscenze economiche oltre le aule delle Università?
Tre Effetti
Un recente lavoro
della Banca Mondiale risponde ad alcuni dei precedenti interrogativi.
Gli autori, Mc Kenzie e Ozler, sottopongono a verifica empirica alcune
interessanti ipotesi: ad esempio che a) i link di otto tra i più importanti
blog alle pubblicazioni scientifiche/working papers ne accrescano in
modo significativo la diffusione (la frequenza di download e visione di

Fonte: McKenzie, Ozler,2011

abstract); b) che i blog di economia
accrescano la visibilità/reputazione degli autori rispetto a colleghi ci
pari livello scientifico; c) che i blog influenzino 
l’interesse e le opinioni dei lettori riguardo ai temi trattati. I risultati
sono molto interessanti. Il link ad un blog accresce in maniera significativa
le abstract views ed i downloads nel mese della citazioni, con effetti che persistono anche dopo un mese. Come è
illustrato dalla figura a fianco, alcuni blog hanno un effetto
moltiplicativo veramente rilevante: ad esempio, una citazione di
Krugman, Marginal Revilution o Freakonomics comporta un aumento delle
visioni di abstract compreso tra 300-470 unità (rispetto ad una media
mensile di 10.3 visioni dei papers del National Bereau of Economic
Research) e un impatto sui download di 33-100  unità (rispetto alla
media mensile di  4.2 di un paper NBER). L’effetto reputazione è
particolarmente interessante: gli autori impiegano i risultati di un
indagine a questionario circa gli economisti che vengono tenuti in
maggiore rispetto, e ne incrociano i risultati con il ranking (RePec
) dei principali 500 economisti al mondo, basato sulle pubblicazioni
scientifiche. L’indagine si chiede se la probabilità di apparire nella
lista degli economisti più ammirati, oltrechè dal ranking scientifico,
sia anche influenzata dal fatto di essere o meno un blogger. Lo è:
l’attività di blogger accresce di circa il 40% la probabilità di
apparire nella lista degli economisti maggiormente ammirati, un effetto
equivalente a quello di risultare tra i 50 migliori economisti sulla
base del record di pubblicazioni! Circa l’impatto dei blog, gli autori
hanno condotto un esperimento casuale su 619 tra studenti di Master PhD
in Sviluppo Economico, giovani economisti della Banca Mondiale e giovani
appartenenti a delle ONG, alcuni dei quali, scelti in modo casuale, vengono invitati a seguire un
nuovo blog della Banca Mondiale. I risultati mostrano che quanti sono
esposti al blog danno un miglior giudizio sulla qualità della ricerca
alla Banca Mondiale, e, in parte sulla desiderabilità di lavorarci.
Conclusioni
Dunque i blog di economia, almeno, quelli più diffusi, incidono sulla visibilità dei risultati scientifici presentati, sulla reputazione dei propri autori e sulle opinioni dei lettori: tre buone ragioni per perderci un po’ di tempo. Ma c’è n’è una specifica per l’Italia, dove la concentrazione proprietaria nei media
tradizionali, oltre ad abbassare visibilmente la qualità dell’informazione (economica e non), ne preclude l’accesso a quanti non facciano
parte di una “elite” e/o non vogliano schierarsi con questo o quel
partito/lobby:  rompere gli oligopoli e liberare le idee.