(questa è la traduzione di un articolo in corso di publicazione su Foreign Affairs)
A partire dalla crisi finanziaria del 2008, molti economisti avevano tratteggiato lo scenario da incubo che si sta svolgendo ora in Europa: un effetto domino, lento ma ineluttabile, in cui  Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia (i PIGS o PIIGS per l’Italia -pessimisti) diventavano insolventi, uno dopo l’altro. Eppure la maggior parte degli osservatori ha sbagliato l'”ordine”: la crisi è arrivata in Italia prima che in Spagna. La ragione è la politica: tutto si riduce alla differenza tra Zapatero, un leader che si è dimesso dopo aver realizzato di aver perso l’appoggio politico necessario per le riforme, e Berlusconi, un autocrate che ha rassegnato le dimissioni con riluttanza solo sabato scorso, nonostante la perdita della maggioranza in Parlamento sia avvenuta il martedì precedente.

In effetti, la domanda che all’estero tutti si facevano finora era come avessero fatto gli Italiani a sopportare per 17 anni un leader così controverso e “pittoresco”, uno che era riuscito a raccogliere un impressionante record di procedimenti penali (corruzione, tangenti, prostituzione minorile, collusione con la mafia, falso in bilancio, falsa testimonianza), pur essendone  poi andato assolto o prescritto. La Repubblica ha spiegato che molti italiani, incluso Berlusconi, aveva vissuto in una sorta di Truman Show, fabbricato dalle stazioni televisive di proprietà di Berlusconi stesso.

Anche i mercati finanziari hanno vissuto a lungo nel mondo dei sogni, anche. 15 anni fa,  l’adesione dell’Italia all’euro ha eliminato il rischio di cambio associato al debito italiano, riducendo il tasso di interesse medio sul debito dal 10 per cento al di sotto del 4 per cento nel 2011. Ciò ha ridotto il costo del servizio del debito dal 12 per cento al 4 per cento del PIL. Questo, con un forte avanzo primario, ha portato ad un significativo miglioramento nel bilancio, ma dal 2004, il lo sforzo fiscale si è indebolito. Nel 2005-06, in coincidenza con il terzo governo Berlusconi, il rapporto debito / PIL ha cominciato a risalire. Nel 2008-11, o ha raggiunto il suo livello del 1996, circa il 120 per cento del PIL, mentre il saldo primario è sceso in territorio negativo: quindici anni di progresso sono stati sperperati. Nel frattempo l’economia ha ristagnato, e la promessa  “rivoluzione liberale” è rimasta nel regno dei sogni.

Quando è apparso chiaro che l’UE non aveva né le risorse né la volontà politica di salvare l’Italia, i mercati finanziari sono svegliato dal loro sonno. Il primo duro colpo al governo avvenuta nel luglio 2010, quando il co-fondatore del Partito della Libertà, e Presidente della Camera dei Deputati, Fini, è stato espulso dal partito per aver contestato la leadership del capo. La divisione del partito ha quasi provocato la caduta del governo, ma Berlusconi ha trovato una soluzione rapida facendo “shopping” nelle file dell’opposizione. In cambio di lucrative posizioni di sotto governo, si è assicurato il voto di un piccolo manipolo di parlamentari di centro-sinistra [ironicamente autodefinitosi il “Gruppo dei Responsabili”]. Tuttavia, l’instabilità accentuata politica spingeva verso l’alto il costo del debito, che solo nei due mesi successivi sarebbe tornato a scendere. L’ Agosto 2011 segna il vero inizio della fine. Il conflitto tra il Partito della Libertà e la Lega Nord sulle misure di consolidamento di bilancio è degenerato in farsa: misure importanti, quali nuovi contributi di solidarietà per i ricchi e più severi controlli sui conti bancari di evasori fiscali, venivano  abbandonate subito dopo essere state annunciate. Lo stato di confusione e la paralisi del governo è diventata evidente ed mercati hanno perso la fiducia:  tassi di interesse hanno ripreso a salire. Alla fine, lo spettro di un default ha detronizzato il Sultano.

Tasso sui BTP a dieci anni

Cosa succederà dopo Berlusconi? Mercoledì scorso, il presidente Napolitano ha nominato il professor Mario Monti, Presidente dell’Università Bocconi ed ex commissario europeo, alla carica di Senatore a vita. E’ stata un’ abile mossa politica, destinato a proteggere  Monti dalle accuse, provenienti da destra e sinistra, di essere un “tecnocrate”, che rappresenta gli interessi “massonici e” plutocratici ” dei  “poteri forti” della finanza. Napolitano ha stretto i tempi per la formazione del nuovo governo: i nuovi  Ministri presteranno giuramento Domenica, prima dell’apertura dei mercati aperti. Ma è una questione aperta se Monti riuscirà ad avere una maggioranza durevole in Parlamento.

Si deve ricordare che una delle peggiori eredità dell’era Berlusconi, oltre ad una visione  preistorico del ruolo delle donne nella società, oltre all’idea che il servilismo verso i potenti servd più del merito, e all’idea che lo stato di diritto è solo un’opzione, è il lascito di un  paese profondamente diviso.

Berlusconi era il nemico giurato della sinistra ed il messia per i suoi elettori. Questo sarà un ostacolo formidabile per il governo Monti. Il partito di Berlusconi è anche profondamente diviso, con falchi (molti ex-socialisti ed ex-fascisti, il cui destino politico è più strettamente legato a Berlusconi) che chiedono nuove elezioni, e colombe (ex-democristiani) che sostengono Monti. E il principale partito di opposizione, il Partito Democratico, non va molto meglio. E ‘diviso tra coloro che favoriscono  un “governo tecnico” con un mandato limitato per fare una manciata di riforme, e quanti sono fautori di un governo politico di unità nazionale per  “salvare il paese” .

Lo scenario peggiore per l’Italia è questo: il partito di Berlusconi finge inizialmente di sostenere un governo Monti, in modo da non apparire come “irresponsabile” prima delle elezioni, ma tira ben presto fuori dal cilindro lo spettro dei comunisti (per esempio se Monti introduce una tassa sulle proprietà); il PDL ritira il proprio sostegno e vengono indette nuove elezioni; l’incertezza politica e lo scetticismo sulla capacità del centro-sinistra di mettere in atto  le riforme necessarie porta gli spread alle stelle, l’Italia richiede il sostegno dell’FMI, si ha una crisi di roll-over  del debito, possibilmente accompagnata da una corsa agli sportelli (le banche italiane possiedono il 43 per cento del  debito pubblico); alla fine l’Italia deve ristrutturare il debito. Germania, Francia e Olanda si staccano dall’ Euro1, diciamo tra un anno o giù di lì.

Lo scenario migliore è questo:  le colombe da entrambe le parti prendono il sopravvento si impegnano a sostenere il governo per un tempo limitato, diciamo diciotto mesi prima di andare a nuove elezioni a metà del 2013. Il nuovo governo mette in atto politiche condivise che ripartiscono i sacrifici tra tutte le categorie, e i  tassi di interesse calano gradualmente. l’Euro non si spacca (almeno per il momento).

Quale scenario si concretizzerà dipenderà in gran parte dall’influenza che il  Presidente Napolitano saprà esercitare e dalla presa (residua) di Berlusconi sul suo partito. Tanto maggiore sarà il ruolo del Presidente, tanto  minore la probabilità di un crollo finanziario. Ma il anche il Professor Monti  avrà bisogno di tutta la destrezza politica a sua disposizione. Ad esempio: dovrà impegnarsi in negoziati politici sul programma, al fine di ottenere un ampio mandato politico, ma con il rischio di essere trascinato in una palude di compromessi? Probabilmente no: dovrebbe optare piuttosto per la strategia più rischiosa di fare un’offerta “prendere-o-lasciare” ai partiti, sulla base del programma già concordato con la BCE e l’UE.

Un nuovo governo di alto profilo, nello scenario favorevole, potrebbe non solo salvare l’Italia dal default, ma anche evitare la disgregazione dell’Euro. L’evidenza empirica suggerisce (2) che i problemi attuali italiani sono in gran parte “fatti in casa” e non sono il risultato di” contagio” dalla Grecia o in Europa. In realtà, è vero il contrario: è la crisi italiana a rischiare di “infettare” gli altri paesi europei. Ciò che è necessario per salvare l’Italia salverà l’Europa.

L’elenco di cosa-fare- è noto da anni: ridurre i costi sorprendenti della politica, per inviare un chiaro messaggio che i privilegi dei politici non sono più tollerati; riformare il sistema pensionistico, in particolare la pensioni di anzianità che hanno mandato in pensione migliaia di persone di meno di quarant’anni, soprattutto nel Nord, e dare un vero giro di vite alle (false) pensioni di “invalidità” al Sud; estirpare la diffusa piaga dell’evasione fiscale, stimata intorno al 30% dell’ IVA, e basata su un economia sommersa che rappresenta circa il 17 per cento del PIL;  riformare il mercato del lavoro duale, dove lavoratori l’iper-protetti di mezza età coesistono con giovani lavoratori precari nei servizi; abolire gli ordini professionali (avvocati, giornalisti, notai, tassisti …) e le loro formidabili barriere all’entrata; riformare il sistema fiscale spostando il carico fiscale da imprese e lavoro al consumo e proprietà.

Accetteranno gli italiani d’ ingoiare queste pillole amare? Sì, ma solo se a tutti sarà chiaro che anche gli altri ne stanno ingoiando una. E solo se gli italiani, con Mario Monti, saranno in grado di riscoprire il senso di un’idea che Berlusconi ha sempre ridicolizzato: l’idea del “bene comune”.

Bibliografia
(1) Manasse, Paolo (2011), “Berlusconi nel “Chart of the Day””, Back-Of-The-Envelope Economics, 11 October, 2011.

(2) Manasse, Paolo and Giulio Trigilia (2011), “The fear of contagion in Europe”, VoxEU.org, 6 July.
(3) Manasse Paolo, “ Berlusconi and Credibility”, Back-of.the Envelope Economics, / November 2011