Quando si parla di diseguaglianza ci si riferisce solitamente alle differenze di reddito disponibile (o di ricchezza) tra i cittadini in un certo momento. Ma un conto è vivere in una società diseguale in cui esistono per tutti opportunità di migliorare la propria situazione, e dunque un certo grado di diseguaglianza può essere utile, poichè fornisce incentivi a migliorarsi. Un conto invece è vivere in una società in cui i privilegi persistono da una generazioni all’altra e le possibilità di salire i gradini della società sono inesistenti, una società “feudale” in cui solo i ricchi accedono alle scuole migliori e possono aspirare ai lavori meglio pagati. Da un bel lavoro di Miles Korak è tratta la figura sopra. Questa riporta sull’asse delle ascisse l’indice  di disuguaglianza di Gini, mentre sull’asse delle ordinate viene riportata una misura della persistenza nei redditi tra le generazioni. Questo indice misura di quanto il reddito dei figli rifletta quello dei padri, e dunque livelli più elevati indica una minore mobilità sociale.  La figura mostra che la mobilità sociale è maggiore dove le diseguaglianze sono inferiori. I paesi maggiormente egalitari, paesi Nordici, il Giappone e la Germania, sono anche quelli dove più elevatata la mobilità sociale; i  più diseguali, Perù, Sud Africa, sono anche quelli dove il reddito dei figli riflette di più (oltre il 70%) quello dei padri.
L’Italia ha un poco invidiabile primato: tra i paesi industrializzati è seconda ai soli Stati Uniti quanto a diseguaglianze, e solo alla Slovenia quanto a scarsa mobilità generazionale. Le diseguaglianze tra poveri e ricchi sono contemporaneamente tra le più elevate e le possibilità di migliorare (se si parte in basso) o peggiorare (se si parte in alto) sono tra le più basse. La peggior combinazione possibile.