(da Linkiesta,  4/1/2011)
Se Mario Monti sarà ricordato come il salvatore d’Italia (dal default) o più semplicemente come un ben intenzionato professore di economia, dipenderà in gran parte dal successo della “Fase2”. Nella “Fase 1”, il governo si è posto l’obiettivo di adottare riforme “strutturali” volte a contenere in modo permanente il deficit di bilancio. La riforma delle pensioni e le misure fiscali anti-evasione s’inseriscono in questa logica. Il compito di “Fase 2” sarà molto più difficile: stimolare la crescita economica dopo quindici anni di stagnazione. Purtroppo un fallimento qui disintegrerà tutti benefici “Fase 1”, poiché, a meno di un rimbalzo dell’economia reale, i tassi d’interesse non si ridurranno e si aprirà la strada che porta alla ristrutturazione del debito. La “madre di tutte le riforme” in Italia è la riforma del mercato del lavoro, un mercato “duale” in cui convivono lavoratori garantiti (in termini di diritti pensionistici, di sussidi di disoccupazione, di protezione dai licenziamenti, di assenze per malattia e maternità) con lavoratori (“precari”) sprovvisti di qualsiasi tutela. Ci sono almeno due aspetti politicamente “incandescenti” delle proposte di riforma sul tavolo. Il primo è la normativa di tutela dell’occupazione, in cui l’obiettivo delle riforme è di passare da un sistema che tutela i posti di lavoro (anche se obsoleti) a uno che sostenga il reddito dei lavoratori durante periodi di disoccupazione. Il secondo aspetto è la proposta di riformare il sistema di contrattazione salariale, sia prevedendo un contratto unico in cui le tutele aumentino nel tempo, sia decentrando la contrattazione in modo che i salari riflettano di più la produttività del lavoro a livello di stabilimento.
In quest’articolo sostengo due punti. Il primo è che la riforma della legislazione sulla protezione dell’occupazione (vale a dire meno vincoli di assunzione e al licenziamento per i lavoratori più protetti) è una riforma da cui ci si deve aspettare l’aumento della produttività del lavoro (che è esattamente l’obiettivo della “fase 2”), mentre non è detto che l’occupazione aumenti, almeno nel breve periodo. Il secondo punto è che se la riforma è introdotta nel corso di una recessione, allora l’unico modo in cui il governo può evitare un aumento potenzialmente dirompente della disoccupazione è di riformare anche il sistema salariale. Per sviluppare questi due punti mi servirò di un semplice “modello” (si veda il grafico in Appendice per un’esposizione più tecnica.)

Protezione dell’Occupazione
Consideriamo un mondo in cui le imprese appartengano a due settori produttivi (A e B) e producono beni omogenei impiegando lavoro. Le imprese impiegano tanti più lavoratori quanto minore è il salario in termini reali. In ogni periodo ci sono shock produttività nelle imprese, legati al funzionamento degli impianti o all’impegno dei lavoratori, in modo che, per semplificare, quando la domanda di lavoro è alta nel settore A è bassa nel settore B, e viceversa. Con salari perfettamente flessibili e senza costi di assunzione/licenziamento (mercato flessibile) c’è sempre la piena occupazione, poiché i lavoratori possono velocemente passare dal settore a bassa produttività, che ne richiede meno, a quello a elevata produttività, che ne domanda di più. Possiamo paragonare questa situazione con quella in cui i costi di assunzione /licenziamento sono così alti che l’occupazione è congelata nei due settori (supponiamo anche che il salario reale sia rigidamente fissato dalla contrattazione nazionale). Supponiamo che inizialmente la maggior parte dei lavoratori sia impiegata nel settore A, quello che all’inizio presenta elevata produttività. Uno shock negativo colpisce il settore A, riducendo la produttività e la domanda di lavoro, e uno positivo colpisce B, dove accade il contrario. Se i lavoratori impiegati nel settore A non possono spostarsi nel settore B, allora nell’economia si produrrà meno output rispetto al mercato flessibile, poiché troppi lavoratori rimangono impiegati nel settore a bassa produttività e troppo pochi in quello a elevata produttività. Si noti che il livello di occupazione, rispetto al “mercato flessibile”, è uguale, ma la rigidità del mercato del lavoro implica una perdita di produzione, reddito e di produttività.

Riforma e Recessione
Supponiamo ora che la riforma del regime di tutela dell’impiego sia fatte durante una recessione, quando la domanda di lavoro è bassa in entrambi i settori. Se i salari possono aggiustarsi, la diminuzione del salario reale assicura che le imprese assumano tutti i lavoratori disponibili. Tuttavia, se concediamo alle imprese la possibilità di licenziare/assumere senza costi ma il salario reale non si aggiusta per riflettere la minor produttività, le imprese con lavoratori in eccesso ne approfitteranno per licenziare senza che le altre imprese abbiano alcun incentivo ad assumere. La disoccupazione aumenterà.

Conclusioni
Questo esercizio suggerisce che se il professor Monti vuole raccogliere i frutti di produttività derivanti dalla riforma della legislazione sulla protezione dell’impiego, dovrà allo stesso tempo mettere in atto una riforma del sistema di contrattazione salariale: altrimenti si verificherà un forte aumento della disoccupazione, che oltre a minacciare la coesione sociale, produrrà inevitabilmente una marcia indietro sulla riforma del lavoro e, con esso, il fallimento della “Fase2” (e dell’Italia).

Appendice (si veda la Figura 1)
Consideriamo un mondo in cui le imprese appartengono a due settori produttivi (A e B) e producono beni omogenei impiegando lavoro. La domanda di lavoro delle imprese A (B) è misurato dall’origine a sinistra OA (destra OB), ed è descritta da una scheda di domanda inclinata negativamente, in cui il numero di impiegati dipende negativamente dal salario reale. Le dimensioni della scatola è l’offerta di lavoro. Ogni periodo ci sono shock “idiosincratici” di produttività (alta, bassa H, L), in modo che quando la domanda di lavoro è alta nel settore A è bassa in B. Con salari (w) perfettamente flessibili e senza costi di assunzione /licenziamento c’è sempre la piena occupazione, poiché i lavoratori possono passare dal settore a bassa produttività a quello ad alta produttività. Quando la produttività è alta nel settore A e bassa in B, OA – L1 lavoratori sono impiegati nel settore A, e le restanti L1-OB sono impiegati in B (l’economia è al punto 1). Quando invece la produttività è bassa in A e alta in B siamo nel punto 2. Ora, paragoniamo questa situazione di “mercato flessibile” con quella in cui costi di assunzione/licenziamento sono così alti che l’occupazione è congelata nel punto 1 (supponiamo che e il salario reale sia fisso). Inizialmente siamo al punto 1, e uno shock negativo colpisce il settore A e uno positivo colpisce B. Che cosa succede? OA – L1 lavoratori sono congelati in A, mentre le imprese di B non possono assumere lavoratori oltre L1-OB. I lavoratori impiegati in A saranno allora pagati più della loro produttività (e le imprese di A potrebbero chiudere), mentre i lavoratori impiegati nel settore B saranno pagati meno della loro produttività. Ancora più importante, meno output e reddito sarà prodotto nell’economia, poiché troppi (troppo pochi) lavoratori sono impiegati settore a bassa (alta) produttività. Il livello di occupazione resta è inalterato rispetto al caso “flessibile”, ma la rigidità del mercato del lavoro implica una perdita di produzione, reddito e produttività pari all’area del triangolo B2H.