(da Linkiesta 20 gennaio 2011) Il principale, e più sorprendente, successo del governo
Monti
fino ad ora, è stato quello di riuscire a far approvare in Parlamento
due misure strutturali “drastiche” come la riforma delle pensioni e la nuova
imposta sulla prima casa, senza in pratica incorrere in alcuna significativa
opposizione, né da parte dei sindacati né da parte delle forze politiche (con
l’eccezione della Lega). Un ruolo decisivo ha giocato il fatto che i sacrifici
siano stati ripartiti in modo “universale”, che non vi sia stato cioè, come in
passato, accanimento su categorie particolari (i dipendenti pubblici, i commercianti)
“garantite” da questo o quello schieramento politico. Per questa
ragione anche le cosiddette riforme strutturali avranno esito positivo solo se
seguiranno la stessa strada: è l’idea del “disarmo multilaterale
evocata dal presidente del Consiglio.
EFFETTI DELLE RIFORME PRO CONCORRENZA
Ciò premesso, è utile chiedersi quali siano le riforme
strutturali – autostrade, servizi pubblici locali (trasporti, elettricità, gas,
acqua), banche, assicurazioni, commercio, ordini professionali – che possono
maggiormente stimolare la crescita economica, e dunque sulle
quali si dovrebbe concentrare l’attenzione di governo e Parlamento. La
questione è tutt’altro che semplice.
Intanto non è detto che la dimensione del
settore, in termini ad esempio di volume d’affari o di occupati, rappresenti
necessariamente un buon indicatore dell’efficacia delle misure. Un
settore potrebbe essere sottodimensionato (le farmacie) proprio perché le
barriere alla concorrenza ne limitano l’accesso garantendo rendite di posizione
agli insider. Inoltre le riforme pro-concorrenza adottate in un settore spesso
sortiscono effetti a catena che si ripercuotono anche su altri mercati.
L’esperienza delle liberalizzazioni adottate nei paesi Ocse negli
ultimi venti anni suggerisce che le riforme nel mercato dei beni e dei
servizi contribuiscono ad
accrescere l’occupazione
, non solo facilitando l’ingresso di nuove imprese,
ma anche attenuando gli effetti distorsivi delle rigidità nel mercato del
lavoro e rendendo più probabili successive riforme anche in tale mercato.
Inoltre, queste riforme producono effetti positivi sia sulla crescita della
produttività del settore liberalizzato sia, “a cascata“,
su quella dei settori collegati, per esempio quelli di cui sono fornitori (si
pensi all’energia che costituisce un importante input in molteplici settori produttivi).
QUALI SETTORI?
Una recente
ricerca
di economisti del Fondo monetario internazionale ha preso in
considerazione gli effetti delle riforme strutturali effettuate negli ultimi
trent’anni in novanta paesi sulla crescita del reddito pro-capite. Il lavoro
esamina le riforme pro-concorrenza in vari settori: commercio internazionale,
elettricità e telecomunicazioni, agricoltura, transazioni finanziarie con
l’estero, settore bancario, mercati azionari e obbligazionari. Il principale
risultato è che paesi a diverso grado di sviluppo beneficiano in modo diverso
dalle liberalizzazioni nei vari settori. Nei paesi a livello medio-basso di
sviluppo (economico e delle istituzioni politiche), i maggiori effetti sulla
crescita provengono dalle misure di liberalizzazione adottate in agricoltura,
nelle transazioni legate al commercio internazionale, dalle misure volte a
rimuovere i vincoli amministrativi sul credito bancario. La crescita nei paesi
più sviluppati, invece, oltre che dalla rimozione dei vincoli finanziari
connessi al commercio internazionale, è aiutata soprattutto dalle misure che
favoriscono lo sviluppo del mercato azionario e obbligazionario, come la
qualità della supervisione e regolazione dei mercati, e l’accesso dei capitali
stranieri. 
UNA ROAD MAP
Ecco dunque una semplice road map per il
governo: bene le riforme in cantiere su oneri amministrativi per le imprese,
sconti, tutela dei consumatori, ordini professionali, farmacie, taxi, servizi
pubblici locali, poste e trasporti, ma la chiave per far ripartire il paese
verosimilmente passa per un mercato dei capitali in grado di promuovere lo
sviluppo delle imprese. Dunque, nel sistema bancario, si deve porre fine
all’abbraccio
mortale
tra fondazioni bancarie e banche, il maggiore ostacolo alla
contendibilità di quest’ultime e cavallo di troia per le ingerenze della
politica; si devono superare i “salotti buoni” della finanza con
maggiore rigore contro le partecipazioni incrociate, sia quelle tra banche, che
le portano a colludere, e quelle tra banche e grandi imprese (debitrici), che
dirottano il credito dalle piccole alle grandi imprese. Si deve porre fine, in
sede europea, alla segmentazione normativa del mercato assicurativo che
ne limita fortemente la concorrenza.