Circa tre  mesi fa sostenevo su questo blog  che una riforma comprensiva del mercato del lavoro richiede di agire su due fronti: a) modificare  le norme che regolano assunzioni, licenziamenti (aka flessibilità in entrata ed in uscita), cambiando il sistema di assicurazione contro la disoccupazione; b) riformare le norme che regolano la determinazione dei salari (la contrattazione collettiva). Sul primo punto il governo Monti sta lavorando bene. L’estensione del sistema di assicurazione sociale ai più lavoratori, gli incentivi economici a contratti a tempo indeterminato, i disincentivi alle finte partite iva, la semplificazione delle forme contrattuali  vanno nella direzione di ridurre il dualismo del mercato del lavoro aumentando la protezione alle categorie meno tutelate. La riforma dell’art.18 toglie tutele al posto fisso per categorie molto protette, limitando il reintegro nel posto di lavoro ai soli motivi di licenziamento discriminatorio (anche se vengono imposti elevati costi economici ai licenziamenti non giustificati). Il fatto che questa riforma venga a cadere in un periodo di recessione richiede assolutamente che essa sia completata sul secondo fronte, la revisione delle norme che regolano la contrattazione collettiva. I salari devono  riflettere maggiormente le variazioni (in alto e in basso) della produttività delle imprese, altrimenti una riforma parziale provocherà un aumento del tasso di disoccupazione. Questo il link alla mia analisi .