Il programma economico del Pd presentato la settimana scorsa a Napoli dal responsabile economico del partito Fassina riflette un’ideologia Tremontiana, cioè un pensiero piuttosto confuso ma saldamente ostile al mercato e alla globalizzazione, condito però da spruzzi di marxismo d’antan. Innanzitutto preoccupano i toni manichei da “attacco ai lavoratori”
 “Caro Presidente, non funziona l’utilizzo strumentale delle drammatiche condizioni delle giovani generazioni per continuare a svalutare l’universo del lavoro subordinato. Se proprio vuol colpire qualche garanzia eccessiva riduca i compensi e le buonuscite multimilionarie dei manager pubblici...
E ancora:
 “Qualche settimana fa, in un’assemblea a Terni, una giovane maestra di scuola elementare ha segnalato che verso la fine del mese uno stesso gruppo di bambini fa regolarmente assenze. La ragione è nell’impossibilità delle loro famiglie di pagare la quarta settimana di buoni pasto.
 In questa visione i mercati internazionali sono la punta dell’attacco del capitale contro gli Stati nazionali:
 “È in gioco, in Europa, la strategia dell’euro avviata all’inizio degli anni ’90 come grande disegno politico per riconquistare, nella condivisione europea la sovranità nazionale perduta nell’economia globale sregolata.
 Gli economisti pro-market vengono liquidati come lacchè del capitalismo :
Da noi, ‘aggravamento della malattia economica e democratica rende ancora più visibile il conformismo culturale di tanti intellettuali progressisti stagionati, columinist dei più importanti quotidiani nazionali “indipendenti”

Nella lotta tra il bene ed il male, bisogna scegliere da che parte stare:
“La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Da una parte, la sopravvivenza e il rilancio dell’eurozona e dell’Unione europea per ricostruire le condizioni della civiltà del lavoro e delle democrazie della classi medie, da una parte. Dall’altra, il ripiegamento populista e nazionalista e la condanna al lavoro senza qualità nel “secolo asiatico”
.

A parte il trascurabile fatto che il “secolo asiatico” ha sollevato miliardi di persone dalla miseria, la cosa che preoccupa è l’analisi implicita dei mali affliggono l’Italia. Questi non derivano dallo spreco di risorse pubbliche che alimenta corruzione politica, produce livelli di imposizione insotenibili (per chi non evade), genera burocrazia, odiosi privilegi, assenza di competizione, mercati corporativi e tutelati dalla politica e dai gruppi di interesse (le banche), ostacola l’innovazione, blocca la mobilità sociale e lo sviluppo. No, la spesa (che assorbe i 50.5% del PIL) non va ridotta per ridurre la pressione fiscale, ma va “riqualificata” : per le entrate basterebbe una bella patrimoniale (tutti gli anni, fino ad esaurimento dei ricchi), oltre naturalmete alla lotta all’evasione. A stimolare l’innovazione ci penserebbe, (indovinate?) la politica, questa volta industriale, con la scelta delle imprese strategiche, i “campioni nazionale” da sostenere. E attenzione alle (selvagge?) privatizzazioni mai fatte, alle riforme strutturali (“Insistere come ha fatto ancora ieri la Bce su austerità cieca e riforme strutturali porta a sbattere” ), alla riforma delle pensioni, su cui bisogna tornare (in particola circa “la cancellazione delle pensioni di anzianità e l’innalzamento brutale dell’età di pensionamento”).
Insomma ci sono due possibilità: o questo “programma economico” rappresenta esclusivamente le posizioni del responsabile economico del Pd, e allora non c’è da preoccuparsi; oppure esprime posizioni condivise dal suo partito.In questo caso c’è da preoccuparsi, e da chiedersi quanto possa durare l’appoggio al governo Monti, la cui impostazione è perfettamente antitetica a queste proposte (“Non vorremmo trovare i Ministri di oggi editorialisti domani a bacchettarci sui quotidiani per l’innalzamento della spesa pensionistica necessario ad aggiustare gli errori da essi compiuti”).