Il disegno legge “di Stabilità” approvato ieri dal Consiglio dei Ministri mira a migliorare il saldo di bilancio per circa 11,6 miliardi, e  si compone di un’insieme complesso  di misure.
Vi sono tagli di spesa (sanità, regioni, ministeri, pubblico impiego), accanto a qualche  nuove spesa per trasporto locale, infrastrutture, università. Vi sono  aumenti di imposte, come l’ IVA  che da luglio prossimo aumenterà di un punto (le aliquote del 10 e 21% aumenteranno all” 11 ed al 22% rispettivamente), c’è la tassa sulle transazioni finanziarie  (0,1% su titoli e azioni, 0,01% su derivati), la riduzione di agevolazioni fiscali; ma anche riduzioni di  imposte: la proroga della detassazione degli aumenti salariali legati alla produttività, e infine  la riduzione delle aliquote IRPEF per i redditi più bassi (l’aliquota dello scaglione iniziale fino a 15mila euro passa dal 23 al 22% , quella per lo scaglione di reddito tra i 15 ed i 28mila passa da 27 a 26%).

L’obiettivo  di evitare  l’aumento dell’IVA di due punti avrebbe richiesto tagli di spesa particolarmente impopolari, e dunque il governo ha optato per ripartire gli oneri tra aumenti di imposte e tagli di spesa. Verosimilmente il governo, avvicinandosi le elezioni, ha voluto anche dimostrare che “la disciplina di bilancio paga”. Così si spiega la riduzione delle aliquote IRPEF, esclusa fino alla vigilia,  sui primi scaglioni. Il problema è che gli effetti della riduzione delle imposte dirette sui redditi delle famiglie più povere potrebbe essere (più che compensato) dall’aumento delle imposte indirette. Ed  è proprio quello che avviene.
Reditribuzione

La  questione è complicata perchè le famiglie più povere beneficiano da un lato dalla riduzione delle aliquote IRPEF che accresce il loro reddito disponibile,  ma sono allo stesso tempo le più danneggiate dall’aumento dell’ IVA , perchè spendono una frazione maggiore del proprio reddito disponibile in consumi, ed in particolare in beni alimentari (la cui  aliquota subisce l’aumento percentuale maggiore passando dal 10 al 11%). Per valutare l’impatto con precisione sarebbe necessario un modello micro-econometrico, ma con pochi calcoli “back-of-the-envelope” possiamo renderci conto dell’ordine delle grandezze in gioco.

Nella tabella qui sotto (clicca per ingrandire) ho ricostruito cosa accade a famiglie con reddito annuo pari a 10, 20, 30mila euro, quando si riducono le imposte sul reddito e si aumenta l’IVA come nella manovra. La famiglia più povera paga inizialmente 2300 euro di IRPEF, ha un reddito disponibile pari a 7700 euro, che spende interamente (propensione al consumo c=1), con metà della spesa in beni alimentari (ca=0,5), su cui grava un’aliquota al 10%, e  metà in altri beni, con IVA al 21%. La spesa di questa famiglia è inizialmente pari a poco meno di 6682 euro. Quando riduciamo  l’aliquota  IRPEF a questa famiglia, v. riquadro più in basso, il suo reddito disponibile aumenta di 100 euro, ma l’aumento dell’IVA sui beni alimentari ne riduce i consumi di quasi altrettanto. Infatti gran parte del reddito è speso in beni alimentari la cui aliquota IVA, in percentuale di quella iniziale, aumenta di più. Per la fascia  di reddito di 30mila euro annui, il taglio dell’IRPEF provoca un aumento del reddito disponibile di circa 300 euro, che compensa l’aumento dell’IVA e permette un aumento della capacità di spesa di circa 68 euro. Per la famiglia a reddito intermedio in complesso  la capacità di spesa aumenta meno, di 52 euro.Dunque il mix fiscale in realtà premia di più le fasce più  abbienti e lascia inalterata la situazione di quelle meno abbienti
Questi effetti si potrebbero evitare concentrando l’aumento  IVA sulle aliquote più alte, o, molto meglio, tagliando le agevolazioni non giustificate 

NOTA:

la tabella riportata nella versione pubblicata da Linkiesta è leggermente diversa da quella qui sopra, a per un mio errore nell’invio di un file relativo ad una precedente versione dell’articolo. Ringrazio Vincenzo Turi per aver fatto i calcoli ed aver notato l’errore.

I dettagli dei conti si trovano qui

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