Barca Wants You in the PD

Sgombriamo  il campo dagli equivoci: il documento ” Un partito nuovo per un buon governo” presentato dal Ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca non è un programma politico a sostegno di un’eventuale candidatura alla guida del PD. Si tratta invece di un insieme di riflessioni sulla necessità di ri-fondare i partiti politici, il PD in particolare, su cui (si sarebbe detto una volta) “aprire un dibattito”. Dunque l’autore non avanza alcuna proposta di politica economica, ma descrive il “partito che vorrebbe”. Nel documento, scritto da un economista, non c’è traccia di numeri , il che, visto l’uso risibile delle statistiche sempre più spesso impiegate da pseudo-economisti per mascherare la propria ignoranza, non è necessariamente un male. Le tesi principali sono le seguenti.

1. La crisi politica italiana, la “cattiva politica”, è figlia della crisi dei partiti. Il buon governo richiede una nuova forma di partito che serva come mezzo di comunicazione e sistema intermedio tra stato e territorio, tra eletti ed elettori.

2. La degenerazione del sistema  politico nasce dalla commistione tra uno stato burocratico e dei partiti “stato –centrici”. I partiti sono finanziati dallo Stato che a sua volta controllano. Questa commistione ha conseguenze perverse perché i partiti si trasformano in clientele e non rispondono agli iscritti, anzi trasformano gli iscritti in ricettori di regalie; le lobbies utilizzano i partiti per far prevalere i loro interessi su quelli generali; il ricambio della classe dirigente è bloccato; viene meno la comunicazione tra territorio e stato eletti ed elettori

3. Una democrazia matura ed efficiente richiede dei partiti, cioè delle associazioni tenute insieme da una visione comune. L’esperienza di élite illuminate fallisce perché non è in grado di ascoltare il territorio e di attingere alle esperienze ed alle conoscenze diffuse. La Rete è uno strumento importante, ma non va mitizzata , perché spesso si devono cercare soluzioni nuove con tempi che, richiedono, direbbe Kahneman, un pensiero lento . Ma non sono sufficienti neppure le associazioni private e gruppi di pressione, perché portatori di istanze legittime ma particolari, e perché spesso collusi col sistema Stato-partiti,

4. Il cambiamento della politica deve partire dall’organizzazione di nuovi partiti, perché i leader illuminati rischiano di fallire per l’opposizione dei gruppi dirigenti.

5. Il “nuovo partito” dev’essere capace di mobilitare i saperi, essere aperto ad un confronto informato, e soprattutto deve essere separato dallo Stato

I punti 3,4 e 5 mi sembrano condivisibili, mentre la premessa che la cattiva politica discenda dalla crisi dei partiti mi sembra discutibile. Nel dopoguerra, per non parlare delle esperienze precedenti, il clientelismo, la corruzione ed il voto di scambio erano la regola, pur in presenza di partiti, PCI, DC e PSI, radicati sul territorio, portatori di istanze locali, uniti da ideologie forti, e persino in grado di selezionare una classe dirigente decente, se rapportata a quella attuale. Dunque partiti che funzionano sono forse necessari al buon governo, ma certo non sono sufficienti.La ragione è che quando lo Stato (inclusi i poteri locali)  intermedia una quota molto ampia del reddito nazionale, la separazione tra politica, partiti e Stato, invocata nella tesi al punto 2, diventa molto difficile. Soprattutto laddove la cultura della legalità è poco diffusa. In altri termini, è il peso dello Stato in economia, insieme alla caduta delle ideologie, alla secolarizzazione della societa ed alla scomparsa della classe operaia, che ha portato alla degenerazione della politica in Italia. E’ per questo che i partiti politici hanno sempre favorito l’espansione della spesa. Una riforma dei partiti in Italia  richiede che si riduca il peso dello Stato nell’economia. Il problema non è tanto o solo il finanziamento pubblico dei partiti: è il ruolo che questi ultimi giocano nell’occupazione manu militari dei consigli di amministrazione delle public utilities locali, nelle ASL, nelle imprese di Stato, nelle Fondazioni bancarie, nella Cassa Depositi e Prestiti etc.Smantellare questo sistema di potere richiede molto di più che riformare i partiti. Richiede ridurre il ruolo Stato nell’economia..
Il documento offre una lettura interessante nel delineare la forma auspicabile di partito (“i fini”), mentre la parte sui “mezzi” per realizzarla è appena abbozzata e posta in termini di interrogativi. Ad esempio, ci si chiede come coniugare, nel nuovo partito, il perseguimento di fini egoistici e quelli di spirito pubblico, ovvero come contemperare giudizi indipendenti e imitazione. Il che equivale al problema di come disegnare un sistema di incentivi che non riproduca il modello di partito come mezzo per ottenere ricchezza e potere. Un problema di teoria dei contratti piuttosto complicato, di cui non è data sapere che soluzione viene proposta. Ma questo problema ne rimanda ad un altro, fondamentale. Visto che oggi i partiti sono centri di potere largamente parassitari, come si fa a riformarli e trasformarli nel partito ideale di Barca? Il quesito è posto in termini di scelta tra una strategia di “cold turkey” (doccia fredda), che traduco liberamente in “epurazione dell’intero gruppo dirigente nazionale e locale”, oppure una strategia “gradualista”, che traduco in “cooptazione di una parte della dirigenza ed epurazione di un’altra”, come nel modello di Dewatripont e Roland (1995) . La strategia gradualista, va osservato,  ha il pregio di essere maggiormente sostenibile poiché divide gli oppositori.  Ma, se vale l’impietosa analisi di Barca sulla degenerazione dei partiti politici, è lecito chiedersi se questi non siano oramai  irriformabili. Le novità più interessanti nel nuovo panorama politico italiano, il M5S e Fermare il Declino, hanno dato a questa domanda una risposta affermativa.