di Luca Lambertini e Paolo Manasse (*)

Secondo un’opinione molto diffusa, soprattutto, ma non solo, tra gli attivisti e i simpatizzanti del Movimento a 5 Stelle, Internet starebbe rivoluzionando le forme della democrazia. La tesi è la seguente. Grazie alla Rete oggi non abbiamo più bisogno delle agenzie di viaggio per prenotare una vacanza, né delle Poste per spedire una lettera, né di una banca per comprare e vendere titoli in borsa, né dei giornali (e giornalisti). La Rete ci libera dagli intermediari. La Rete abbatte le barriere all’entrata e prosciuga le rendite di posizione. Allo stesso modo, si sostiene, la tecnologia permette oggi ai cittadini di esprimersi direttamente col voto sui ”temi” in agenda, realizzando, qui ed ora, l’ideale della democrazia. Per tale ragione va archiviata la democrazia rappresentativa, divenuta col tempo ricettacolo di politici di professione, lobbies, poteri forti e magna-magna vari: la tecnologia l’ha resa obsoleta. Discendono da questa tesi varie implicazioni importanti, che vanno dal metodo per eleggere i candidati nelle liste dei partiti, a quello per determinare la linea politica di un movimento, al ruolo dei referendum propositivi.

Eppure, a ben pensarci, c’è una importante differenza tra, ad esempio, comprare un volo on-line oppure esprimersi pro/contro una proposta politica. La differenza è che nel primo caso la mia scelta personale (quale volo acquistare) non vincola le scelte altrui; al contrario, quando votiamo, le nostre preferenze politiche concorrono a formare una volontà collettiva (di un’associazione, un partito, una comunità) che vincola tutti i membri della collettività (tutti devono “comprare lo stesso volo”). E questa è una bella differenza, ed è anche un bel problema, perché le procedure che vengono seguite per formare la volontà collettiva diventano di importanza cruciale nel determinare il risultato stesso della scelta.

L’esempio più noto è quello del “paradosso del Marchese di Condorcet”, il matematico e filosofo politico illuminista francese della seconda metà del 18mo secolo, che illustrò per primo le difficoltà insite nel processo di trasformare le preferenze individuali in scelte collettive. L’esempio è riportato nella tabella qui sotto, e adattato ai giorni nostri.

Si considerano tre votanti 1-2-3, che hanno diverse preferenze su tre possibili “scelte” di leader dello schieramento di “centro-sinistra”, Bersani, Renzi, Grillo. Il primo elettore (“pd – tradizionale”) , preferisce Bersani a Renzi , ma sarebbe pronto a votare quest’ultimo pur di evitare Grillo ; il secondo (“pro-rinnovamento”) voterebbe Renzi, ma pur di evitare Bersani appoggerebbe Grillo. Il terzo (“radicale di sinistra”) preferisce Grillo, ma dovendo scegliere tra Bersani e Renzi opterebbe per il primo. Se tutti e tre i candidati venissero proposti simultaneamente agli elettori, ciascuno riceverebbe un  voto, cioè un terzo del totale, e nessuno otterrebbe la maggioranza. La cosa interessante è capire quale sarebbe l’esito di una votazione “ad eliminazione diretta” in cui nelle “primarie” si voti il candidato che deve sfidare il terzo candidato al secondo turno.
Ad esempio, se al primo turno si fronteggiano Bersani contro Renzi, vince Bersani che è preferito dagli elettori 1 e 3; e poi al secondo turno, tra Bersani e Grillo vince Grillo che ottiene il voto degli elettori 2 e 3. Dunque questa procedura porta ad una scelta collettiva a favore di Grillo. Ma supponiamo che invece, chi decide l’agenda stabilisca che alle “primarie” si debba scegliere tra Grillo e Bersani: vincerà ora Grillo, favorito da 2 e 3. A sua volta Grillo verrà eliminato da Renzi al secondo turno, che riceverà il voto di 1 e 2: dunque la collettività sceglierà Renzi. Com’è possibile?

Il problema nasce dal fatto che dal meccanismo di voto descrittto si ricavano preferenze collettive che non sono transitive: la collettività preferisce Grillo a Bersani, Bersani a Renzi, ma preferisce Renzi a Grillo! Questo esempio non è una curiosità priva di rilevanza, ma un problema molto generale descritto nel 1950 da Kenneth Arrow nel cosiddetto “Teorema di impossibilità”. Questo
mostra le difficoltà di “aggregare” le preferenze individuali in un insieme “coerente” di preferenze collettive.

Gli elettori e i partiti statunitensi hanno sperimentato il paradosso nel 1976, quando Jimmy Carter vinse la corsa alla Casa Bianca contro Gerald Ford: questi alle primarie del Partito Repubblicano aveva battuto Ronald Reagan, nonstante i sondaggi dessero l’attore di Hollywood favorito nello scontro con Carter.
Alla luce dell’esempio, anche caso italiano appare curioso: abbiamo un Agenda setter  (il Partito Democratico) miope, autoreferenziale, privo di strategia e dunque autolesionista (“continuiamo a farci del male”), che al primo turno sceglie il candidato (Bersani) che ha la maggior probabilità di perdere al secondo (e decisivo) turno.

La lezione generale che dobbiamo trarre è la seguente: come sanno tutti coloro che hanno esperienza delle assemblee degli studenti degli anni settanta (“Tutto il potere al Popolo/Soviet/Assemblea”), chi ha il potere di determinare l’Agenda può in alcuni casi manipolare il risultato del voto a suo piacere: nell’esempio di Condorcet, per fare approvare una qualsiasi proposta, all’ agenda-setter è sufficiente tenerla per il secondo turno. La tesi di chi auspica il superamento della democrazia rappresentativa, con le sue articolazioni di interessi particolari (i sindacati, le associazioni) va dunque considerata con molta prudenza, perché il diavolo si annida nei dettagli. Il culto semplicistico della “democrazia diretta” può trasformare l’espresssione della “volontà del popolo (della rete)” in un docile strumento di consenso.

(*) rispettivamente Professore di Economia industriale e Direttore del Dipartimento di Scienze Economiche, e Professore di Macroeconomia all’ Università di Bologna