Il 21 ottobre del 2020 moriva il mio amico Fabio Ranchetti. Qui sotto il mio breve contributo al volume che gli  amici dell’Universita’ Cattolica daranno in stampa per ricordarne la figura di studioso e di splendida persona.

 

Era inI aprile, 1977. Liceo Classico C. Beccaria, Milano. Testa d’Uovo (TDU) era essente da un paio di giorni. Testa d’uovo era il nostro professore di Filosofia. Noi, quelli della III C, lo avevamo soprannominato Testa d’Uovo per diverse ragioni. La prima, oggettiva, è che aveva la testa ovale. Un volto giovanile, un naso piccolo sormontato da occhiali rettangolari dietro i quali brillavano, come si suole dire, due piccoli occhi inquieti. Dimostrava molti più anni di quanti ne avesse, una trentina direi, forse perché vestiva con abiti desueti, gilet di raso, giacca grigia e cravattino. La seconda ragione, soggettiva, è che TDU dava l’aria di credersi molto intelligente. Aveva due passioni: Hegel, e suo padre. Questi, professore universitario di filosofia, anch’egli esperto di Hegel, aveva pubblicato un tomo di Storia della filosofia, presso una casa editrice che non avevo mai sentito nominare. TDU aveva cercato di convincere la classe ad acquistarlo, ma era riuscito a venderne una sola copia, al nostro compagno detto «Lucky». Le lezioni di TDU non erano male. Almeno non si limitava a dettare i suoi appunti da un quadernetto, come facevano i suoi colleghi di Latino e Greco, spesso a velocità turbinosa. Le loro lezioni producevano mani anchilosate e totale disinteresse. TDU stimava ciascun filosofo in proporzione alla sua vicinanza con Hegel. Quindi, ad esempio, nella filosofia antica Eraclito era OK, perché il divenire e la contrapposizione tesi/antitesi anticipava Hegel. L’empirismo, a partire dal 17-mo secolo, dunque Hobbes, Spinoza, Hume, Locke, era irrilevante. Marx era considerato un «hegeliano minore».

Dunque, assente TDU, sarebbe arrivato un supplente. L’ultimo supplente, di religione, a dire il vero non aveva fatto una bella fine. La classe, in un sussulto goliardico, l’aveva accolto danzando e cantando «bidibodi-bu», la canzoncina di una famosa pubblicità, materassi Permaflex, di allora. Il supplente aveva perso le staffe. Addirittura, aveva schiaffeggiato «Nasello» che se la rideva al primo banco. Il Preside aveva rimandato il supplente a casa e aveva sospeso la classe. Non molto rassicurante presentarsi alla maturità con un 7 in condotta.

Il nuovo supplente di filosofia era Fabio Ranchetti. Era piuttosto diverso da TDU, l’unico esemplare di Professore di filosofia a me noto allora. Intanto era giovane, e vestito in modo «normale», da studente universitario anziché da uomo del primo Novecento. Poi si era presentato come laureato in filosofia con una tesi di economia. Disse che ora studiava a Cambridge, UK (perché, ci chiedemmo tutti, esistono altre Cambridge fuori dal Regno Unito?). La cosa mi apparve piuttosto curiosa. Mostrava poi una dote molto rara tra i miei professori: entusiasmo per la propria materia e per la possibilità di farne parte dei diciottenni incuriositi. Avrebbe sostituito TDU per due o tre settimane, e ci avrebbe parlato degli economisti classici: Smith, Ricardo e Marx. «Riccardo chi?» chiese «Lucky».

Fabio cominciò a introdurci alla «Indagine sulla Natura e sulle Cause della ricchezza delle Nazioni», partendo dalla critica che Smith rivolgeva al modo in cui i Mercantilisti alla Colbert consideravano il Commercio internazionale e dalla critica ai Fisiocrati come Quesnay.  Lo scambio, i mercati, la mano invisibile. E poi Ricardo, il vantaggio comparato, la distribuzione del reddito, la teoria del valore-lavoro. Si capiva che non aveva studiato sul nostro manuale di filosofia: quei libri lui li aveva letti per davvero. E infine Marx.

La primavera del 1977 era «calda» a Milano. Negli Anni di Piombo, si succedevano attentati delle Brigate Rosse e dei Nuclei Armati Proletari, le rivolte dell’Autonomia Operaia. Gli scioperi di studenti e, a volte, di operai. Le divisioni nella città e nella società erano laceranti. Ma tutto questo, «i compagni la lotta di classe, tante cose belle» (Gaber), non era materia di studio al Liceo Classico C. Beccaria. Se ne parlava ai collettivi, nelle assemblee e nelle occupazioni. Non in classe. Con Fabio, cominciammo finalmente a capire perché il pensiero di un «hegeliano minore» stava provocando tutto quel casino. Il mondo esterno entrò in classe.  L’economia politica, costola della filosofia, ci dava strumenti per comprenderlo e, forse, anche per cambiarlo.

Il ritorno di TDU fu per me causa di molta sofferenza. Ma i semi erano stati gettati. Fabio divenne mio amico. Scoprii che la sua mamma era stata compagna di scuola della mia al Manzoni, prima delle leggi Razziali. Scoprii che abitavano nel portone di fianco al mio.  Fabio seguì la mia tesina di Maturità, in cui portai filosofia come prima materia. Mi spronò a iscrivermi al DES alla Bocconi.

Negli anni Ottanta i seminari di Fabio alla Fondazione Feltrinelli sulla storia del pensiero economico erano sempre affollatissimi, quasi come gli spettacoli di Dario Fo e Franca Rame alla Palazzina Liberty (anche se va detto che l’aula era molto più piccola). Le sue lezioni erano entusiasmanti. Soprattutto quelle su autori che non avevo mai sentito nominare: Walras, Pareto. Capii allora che oltreché amici saremmo diventati colleghi.

Infatti, dopo il mio dottorato alla LSE, ci si vedeva spesso a Milano. A conferenze e seminari, ovviamente. Ma capitava anche di incontrarci al White Bear, un bar in via Vincenzo Monti, vicino a casa di entrambi, che lui amava frequentare, immagino perché non disdegnasse, come me, la presenza di un elevato numero di modelle dell’alta moda milanese, le cui agenzie si trovavano nei pressi. Più recentemente, condividevamo un sobrio ufficio alla Università Cattolica, dove entrambi tenevamo dei corsi.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di incontrare persone di grande valore, umano ed accademico, di seguire corsi tenuti da premi Nobel geniali. Ma nessuno come Fabio è riuscito a comunicarmi l’entusiasmo per la disciplina che sarebbe diventata, anche per me, lavoro e passione.