Sui dazi di Mr. Trump

Le scelte dell’amministrazione americana e molti dei commenti letti in questi giorni sulla stampa, nazionale e internazionale, mostrano una scarsa considerazione e conoscenza di quel ramo dell’economia politica che si chiama economia internazionale. Questo articolo vuole richiamare alcune nozioni elementari sui dazi, discuterne le implicazioni e indicare quali possibili risposte ne derivano.

Cos’è un dazio?

Un dazio è un’imposta sulle importazioni, spesso calcolata sul prezzo del singolo bene importato (dazio ad valorem). La domanda proviene dal consumatore americano e l’offerta dall’impresa estera. L’effetto è quello di produrre un cuneo tra il prezzo pagato dal consumatore, che aumenta, e quello ottenuto dall’impresa, che si riduce. Questo cuneo è uguale al dazio stesso. Ad esempio, un dazio del 20% su un bene che costa 100$ prima del dazio potrebbe portare il prezzo pagato dal consumatore a 110$ e quello ottenuto dall’impresa a 90$, con la differenza tra i due prezzi uguale appunto a 20$.

Che effetti ha?

Il dazio penalizza il consumatore americano, che ridurrà gli acquisti, rivolgendosi se possibile a un produttore nazionale, e penalizza l’impresa estera, a cui ridurrà i profitti e che esporterà di meno (essendo anche calata la domanda), cercando sbocchi alternativi. La quantità di beni importati si ridurrà, passando per esempio da 50 a 40 unità. Si avvantaggeranno le entrate del governo che percepisce 20$ per unità di beni importati, quindi 20$x40=800$. Si può facilmente dimostrare che la perdita complessiva per il consumatore nazionale e l’impresa estera risulta superiore alle entrate per il governo, a causa degli effetti distorsivi del dazio che riducono gli scambi del bene tassato. Si avvantaggiano le imprese americane, cui i consumatori, quando possibile, si rivolgeranno, e in parte i consumatori esteri, se le imprese tassate sul mercato estero cercheranno di vendere di più sul mercato nazionale.

Riassumendo, i dazi americani sono un trasferimento di risorse dai consumatori americani e dalle imprese estere al governo USA, con effetti secondari favorevoli sulle imprese americane e, probabilmente in misura minore, sui consumatori esteri. Al netto delle maggiori entrate per il governo americano, producono una perdita di benessere.

Chi soffre di più?

Nell’esempio precedente il prezzo del bene colpito passa in maniera simmetrica da 100 a 110$ per il consumatore americano, e da 100 a 90$ per le imprese esportatrici. Tuttavia, in realtà, l’intero onere potrebbe ricadere o solo sui consumatori USA (prezzo al consumo 120$, prezzo del produttore stabile a 100$) oppure solo sui produttori esteri (prezzo al consumo stabile a 100$, prezzo del produttore a 80$).

La distribuzione dell’onere del dazio dipende dalle caratteristiche della domanda nazionale e dell’offerta estera del bene in questione. Se per il bene colpito non esistono beni sostituti prodotti da imprese americane (come il Parmigiano Reggiano) o se le imprese estere hanno alternative di sbocco (come esportare il parmigiano sul mercato cinese), il peso del dazio graverà prevalentemente sul consumatore americano. Al contrario, se il bene importato può essere facilmente sostituito con un prodotto americano (come macchine agricole), mentre le imprese esportatrici faticano a trovare altri mercati, il peso ricadrà maggiormente su di loro.Dunque gli effetti saranno diversi a seconda dei diversi beni e settori produttivi coinvolti.

Come sono calcolati i nuovi dazi americani?

Il presidente Trump, nel presentare la tabella con i dazi “reciproci” per i diversi paesi, ha sostenuto che i nuovi dazi americani ammonterebbero alla metà di quelli subiti dai diversi paesi. Ad esempio, ha dichiarato che l’Unione Europea imporrebbe dazi del 39%, ai quali l’amministrazione americana risponderebbe con il 20%. In realtà, il dazio medio UE sui beni americani è di circa il 3%. Ma allora qual’è la logica dei nuovi dazi? Secondo l’Office of the US Trade Representative (USTR), lo squilibrio commerciale tra gli Stati Uniti e gli altri paesi non riflette la logica del vantaggio comparato che beneficia tutti, ma è il frutto di “barriere regolamentari, standard ambientali, differenze nelle imposte sul consumo, ostacoli e costi di compliance, manipolazione e sottovalutazione delle valute”. Seguendo questa logica tra il complottista e il mercantilista, il rimedio proposto consiste nell’applicazione di dazi che azzerino  lo squilibrio commerciale. Poiché l’aumento dei dazi fa crescere il prezzo dei beni importati e riduce il volume delle importazioni, come abbiamo visto,  l’amministrazione ha applicato una semplice formula  per calcolare di quanto i dazi devono aumentare affinché le importazioni americane da ogni paese si riducano fino a uguagliare il valore delle esportazioni americane in quel paese. Oltre a produrre effetti insensati, come penalizzare paesi piccoli o poveri, che esportano molto e importano poco dagli USA, questa impostazione ignora un aspetto fondamentale: il commercio internazionale non riguarda solo beni finali (es. grano contro automobili), ma anche beni intermedi, che rappresentano oggi circa la metà degli scambi americani. Molti di questi beni importati vengono utilizzati sia nella produzione destinata sia al consumo interno sia alle esportazioni americane, specialmente nei settori dell’elettronica, della meccanica e dei trasporti, danneggiando quindi anche le imprese americane. L’ obiettivo ultimo dei dazi è  quello di indurre le grandi multinazionali estere a spostare gli impianti negli USA : Volvo, Mercedes-Benz, Eli Lilly, TSMC, Foxconn hanno già annunciato piani in questo senso.

La risposta dell’Europa e degli altri paesi

Per proteggere le proprie imprese esportatrici senza penalizzare i consumatori, l’Europa e gli altri partner commerciali dovrebbero:

  1. Concludere nuovi accordi commerciali con paesi terzi per ampliare i mercati di sbocco, favorendo in questo modo anche le imprese che continuano ad esportare negli USA e danneggiando i consumatori americani, che sosterrebbero il maggiore onere dei dazi.
  2. Introdurre imposte sugli investimenti diretti esteri negli Stati Uniti e ridurle nei nuovi partner commerciali, compensando l’effetto distorsivo dei dazi sull’allocazione degli investimenti internazionali, riducendo i vantaggi per l’economia americana.

Implicazioni macroeconomiche

I dazi americani comportano una perdita nelle ragioni di scambio per gli Stati Uniti: per acquistare la stessa quantità di beni esteri, gli USA dovranno esportare di più, con un impatto negativo sul potere d’acquisto di salari e stipendi. Inoltre, se i dazi riuscissero a ridurre le importazioni americane, si ridurrebbe anche la domanda americana  di valute estere per pagarle, mentre riducendosi le esportazioni estere, si ridurrebbe l’offerta di dollari sul mercato. Questo dovrebbe condurre ad un apprezzamento del dollaro nel breve periodo, peggiorando la competitività internazionale delle imprese americane e annullando in parte gli effetti desiderati dei dazi.

Gli effetti più gravi riguardano però la crescita economica e le disuguaglianze tra paesi. Il commercio internazionale è il motore della crescita dell’economia mondiale, in particolare, ma non solo, per i paesi poveri. Le stime vanno da una riduzione di uno a oltre 5 punti nel caso catastrofico di una escaltion di guerra commerciale, con una crescita dell’ inflazione mondialecompresa  tra +1 e +3 punti percentuali.  Gli effetti su alcuni paesi in via di sviluppo (Sri Lanka, Bangladesh, Myanmar, Madagascar, Lesotho, Laos, Vietnam) colpiti da dazi  che vanno dal 37 al 46% rischiano di causare danni catastrofici e produrre migrazioni di massa. Nel lungo periodo, le politiche dell’amministrazione Trump potrebbero minare la fiducia nel ruolo guida degli Stati Uniti, nel dollaro come valuta di riserva e unità di conto  per i pagamenti internazionali e, perdurando l’incertezza sui mercati finanziari, e nella stessa solvibilità del debito pubblico americano.